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I concerti sono belli, forse solo un sordo sarebbe in disaccordo.E sono più belli in compagnia.Bugia.Forse.O forse no.Dipende.Dipende dalla compagnia e dal concerto. L’ultimo concerto a cui sono stato è stato un delirio.
Non so ben descrivere il tutto,forse ci sto provando solo per rendermene meglio conto una volta che questo flusso volgerà al termine; tutto casuale,lo ammetto. La conobbi a fine ottobre, ci incontrammo per la prima per una IPA, per chiacchierare di quanto difficile sia riuscire stringere rapporti ex novo senza che di mezzo ci sia dell’utile. Avevamo in comune la passione per la musica, entrambi aspettavamo da anni quel concerto tanto.Fui io a proporle di vederlo assieme, ignaro di quello che sarebbe successo. Amici, amiche, conoscenti e sconosciuti lettori, miscredenti che ora state leggendo, i concerti sono una cosa seria ed intima. Lo sconquasso ormonale da concerto è paragonabile ad una centrifuga di dopamina con coriandoli inclusi o forse la versione emotiva di una valanga: parte piano,ti travolge e poi ti lascia sorridente tra le macerie.
Alla proposta seguì un inaspettato “vediamo”, dettato dalla prudenza di chi di amaro in quel momento aveva in bocca solo il sapore della IPA. Chiudevo incident e portavo in produzione ICR,tra gatti e sigarette quel “vediamo” diventò un ordine su TicketOne, perché l’amaro della IPA si era trasformato nella dolcezza dei fiocchi di neve di Poppella.
E concerto sia. Prima ancora che le luci si abbassasero, era più che evidente che chi era in quella sala da concerti non era alla ricerca di semplice intrattenimento. La gente non voleva distrarsi: voleva sentirle addosso le emozioni e lasciarsi attraversare. Sembrava l’inizio di un viaggio dentro fragilità condivise, ansie sottili e quel trauma silenzioso che corrisponde poi all’inizio dell’età adulta. Con me altre 500 persone circa. Io avevo occhi e braccia a protezione per una sola. La stessa con cui avevo condiviso la IPA, la stessa con cui stavo condividendo il concerto. Davanti a noi il custode inconsapevole di quella stagione emotiva a bassa risoluzione che per un’ora e mezza ci concedeva di riaprire cassetti che pensavamo sigillati, di rimettere mano a ricordi che bruciano ancora un po’. Poi tutto chiuso di colpo, e si torna fuori, nelle nostre routine e nelle nostre playlist, con la sensazione limpida che il mondo, quello vero, non faccia sconti a nessuno. Poi il tempo, che non chiede permesso, ha deciso per me. Ho lasciato quella città in un mattino qualunque, senza colonna sonora. Ci siamo detti “ci vediamo”, ma sapevamo entrambi che non era un programma, era un augurio. Sono partito convinto che certe cose resistano alla geografia. Non è sempre così. Alcune emozioni vivono solo se condividono lo stesso CAP. Il giorno in cui sono partito non pioveva. Sarebbe stato più semplice. Invece era una giornata limpida, crudele nella sua normalità. E in quella normalità è svanito anche ciò che avevamo iniziato. L’unica vera nostalgia che ho.